venerdì 21 settembre 2018

MONITO ALLA NATO: NESSUN DIKTAT AL NUOVO GOVERNO ITALIANO



Dopo la velata minaccia di Jens Stoltenberg e della NATO, il neonato governo italico pare aver assunto subito un atteggiamento più cauto nei riguardi dell’abolizione delle sanzioni alla Russia. Del resto, il premier Conte aveva comunque rassicurato lo storico alleato yankee circa la solida alleanza militare che l’Italia avrebbe continuato a rispettare, nonostante l’apertura alla Russia di Putin. Ma si sa, il nostro Paese ha una lunga tradizione in fatto di cerchiobottismo, quell’atteggiamento a metà tra il pavido e il precauzionale che ci impedisce di essere considerati credibili nei contesti internazionali. L’aver ceduto il nostro territorio alle basi militari americane è stata una mossa non certo ascrivibile al governo attuale, ma risale almeno al dopoguerra in concomitanza con la nascita della NATO. Tuttavia, è stato un atto palesemente in contrasto con la nostra Costituzione che, come si sa, ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Le basi militari americane in Italia sono diventate particolarmente invasive e pericolose, a causa degli impianti MUOS che non pochi problemi di salute stanno procurando alla popolazione siciliana, oltre al continuo stoccaggio di ordigni nucleari su un suolo come quello italiano che già presenta notevoli criticità dal punto di vista sismico. L’adesione dell’Italia alla NATO, avvenne in circostanze di particolare vulnerabilità per il nostro Paese e per l’Europa. Il nuovo governo che si formò dopo le elezioni del '48 dovette prendere atto che l'Europa era ormai divisa in due blocchi contrapposti, e che la sicurezza di un paese dipendeva dall'appartenenza all'uno o all'altro schieramento. Era da poco stata formulata la cosiddetta "dottrina Truman" (marzo 1948), in base alla quale gli Stati Uniti proponevano di aiutare economicamente i paesi europei in difficoltà attraverso il Piano Marshall, ed in questo contesto iniziò una serie di contatti con gli USA per ottenere garanzie di sicurezza in caso di attacco, essendo le Forze Armate nazionali tuttora lontane da una reale credibilità. Il governo di Washington, spinto da motivazioni di carattere politico ma al tempo stesso interessato a mantenere proprie basi nella penisola, d'importanza strategica per il controllo aeronavale del Mediterraneo, convinse l'Italia - già incline ad una scelta in senso occidentale -ad intavolare colloqui per l'inserimento in un'alleanza difensiva. L'Italia aveva scarse possibilità di partecipare attivamente ad un sistema militare integrato, a causa dalla precaria situazione economica e delle perduranti clausole restrittive del Trattato di Pace; la conseguenza più immediata dei contatti con gli Stati Uniti fu perciò un allentamento dei vincoli del Trattato e l'inserimento delle forze armate nazionali nel programma MDAP (Mutual Defense Assistance Programme) di aiuti militari americani. Ma dal 1948 l’Italia, grazie all’assistenza e all’esperienza militare americana, è riuscita a camminare sulle proprie gambe. Dal 1948 ad oggi, il nostro Paese è pronto ad emanciparsi da quella sudditanza psicologica verso i “liberatori” di un’America che si presentava ben diversa da come si presenta oggi. Grazie alla tecnologia e alla preparazione strategico-militare, i nostri ufficiali e soldati non hanno più nulla da invidiare ad altre potenze militari mondiali. Altri paesi europei quali la Francia e la Germania, hanno cominciato a proiettarsi in un futuro di “sganciamento” dalla NATO e dai suoi condizionamenti. La ragione principale sembra essere stato il cambio di leadership alla Casa Bianca con Trump. Le cancellerie europee hanno iniziato a comprendere che il futuro delle relazioni bilaterali fra Stati europei e Washington è giunta a un bivio. Trump non è uscito dal cilindro come in un gioco di prestigio, ma è il frutto di un’idea che da anni si cerca di concretizzare negli Stati Uniti, e cioè liberarsi da un eccesso di impegno delle forze americane in ogni settore del mondo concentrandosi esclusivamente sugli interessi degli Stati Uniti. Si dirà che in fondo questo è stato sempre lo scopo di ogni potenza, occuparsi dei propri interessi, e che gli Stati Uniti lo hanno sempre fatto coinvolgendo i propri alleati, tuttavia, è cambiato il metodo di approccio: con Trump non c’è più interesse a costruire un sistema liberale internazionale, ma c’è solo l’idea di salvaguardare il benessere degli Stati Uniti, quasi perdendo la forza messianica. Questo concetto è ben diverso da quelli perorati negli ultimi decenni e significa, traducendolo in concreto, che gli Stati Uniti non garantiscono più per i loro alleati storici, in particolare per l’Europa. Proprio sotto il profilo militare Trump ha iniziato a dire in maniera chiara ai suoi alleati che la musica è cambiata per tutti. La scelta di imporre il versamento di almeno il 2% di spese militari a favore dell’Alleanza Atlantica va proprio nella direzione di far comprendere a tutti che è iniziato un nuovo corso nelle relazioni fra Usa e alleati. In Europa, Francia e Germania hanno immediatamente colto l’occasione per iniziare a rendere effettiva quella proposta che da tempo latita nelle cancellerie europee: l’integrazione militare continentale. L’Unione europea ha fatto affidamento per decenni sulle capacità degli Stati Uniti e nel Regno Unito evitando di fare alcun passo in avanti per una struttura militare europea in grado di abbandonare la dipendenza dall’alleanza anglo-americana. La Francia quantomeno ha mantenuto un proprio arsenale nucleare e una capacità operativa importante come potenza regionale in grado di confrontarsi con i conflitti moderni, ma il resto dell’Europa, in primis la Germania, ha un deficit importante che però colmerebbe con un’eventuale alleanza francese. Il messaggio lanciato da Parigi e Berlino è abbastanza chiaro ed ha numerosi significati. Innanzitutto, la rinascita di un asse franco-tedesco comincia a diventare una realtà: l’elezione di Macron in fondo aveva questo obiettivo. È inoltre una presa d’atto importante che siamo di fronte ad un cambiamento epocale nelle relazioni atlantiche, che deve essere compresa e guidata prima di essere travolti dal corso degli eventi, che nell’ultima decade sembrano accelerarsi verso un mondo di instabilità e di conflittualità costante e latente. L’Europa, in sostanza, non può dimenticarsi di dover trattare anche il tema militare, senza pregiudizi ideologici o utopie umanitarie: anche la difesa è una questione centrale nel dibattito politico. Infine, altro dato da non sottovalutare, è che la Germania abbia deciso di essere qualcosa di più di una “semplice” potenza economica, ma di voler costruirsi anche una sua autonoma forza politica e militare. La Germania è la quarta potenza mondiale quanto a PIL ed è il nono Stato al mondo quanto a investimenti nel settore della difesa. Quanto all’Italia, per non essere da meno, conviene seguire la scia indipendentista intrapresa da Francia e Germania, magari con uno sguardo verso Est. La superiorità militare della Russia di Putin rispetto alla NATO è innegabile almeno da un triplice punto di vista: vantaggio geografico: la Russia è storicamente abituata a combattere a terra e dato il massiccio dispiegamento delle forze armate nella parte occidentale del Paese, Mosca può concentrare rapidamente i suoi militari; difesa aerea: la Russia ha un grande potenziale nella difesa aerea; armi: le armi russe stanno diventando sempre più potenti e i militari russi sempre più professionali. Non solo. La Russia ha introdotto diverse armi convenzionali avanzate, mentre gli USA e i suoi alleati investono poco nelle nuove tecnologie. Considerato inoltre che, in Europa, sia l’Austria che l’Ungheria sono già orientate pro Russia, l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante nel totale cambiamento di paradigma degli attuali assetti geopolitici. Il risparmio di 72 milioni di euro al giorno che destiniamo per restare nella NATO, potremmo impiegarli per il potenziamento e l’addestramento dei nostri militari, e per recuperare qualche punto di PIL in più. D’ora in poi, la NATO non provi più a dettare la nostra agenda politica.
CINZIA PALMACCI


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