venerdì 25 gennaio 2019

LEX ORANDI SENZA LEX CREDENDI – COMMENTO ALLA SOPPRESSIONE DELLA COMMISSIONE ECCLESIA DEI

Come preannunziato, la Commissione Ecclesia Dei è stata soppressa, e le sue competenze passano ora ad una costituenda sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Motu Proprio promulgato ieri, 19 Gennaio, ha confermato quanto da più parti si era già dato come fatto compiuto. 
L’avvocato Fabio Adernò, in un suo commento pubblicato su Messa in Latino [qui] ritiene che «l’unica cosa che cambia, da oggi, è la carta intestata». Una pia illusione, se posso permettermi, che verrà presto smentita dai fatti. Come giustamente osservava Steve Skojek in un tweet, quel che fa Bergoglio, ancorché apparentemente innocuo, dovrebbe sempre destare qualche sospetto. E il sospetto che un atto di governo di natura meramente amministrativa possa preludere ad un ulteriore ridimensionamento delle libertà concesse ai conservatori in ambito liturgico è tutt’altro che irragionevole, anzi pare confermato dalla prassi ormai invalidata in seno alla neo-chiesa. Si rassegnino quindi i normalisti che, per rimanere in comunione con la setta conciliare, sono disposti a negoziare sulla dottrina accettando il Vaticano II, pur di mantenere in vita la liturgia tridentina. 
L’araldo vaticano, recentemente assurto alla Direzione Editoriale della Santa Sede, in un editoriale apparso ieri [qui], dopo la divulgazione della notizia su Vatican News [qui], non manca di ribadire la vulgataufficiale: «finisce l’eccezionalità». Il pio Lettore crederà di trovare nelle parole di Tornielli e dei commentatori di Corte una qualche rassicurazione: «gli Istituti e le Comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita». Chi conosce viceversa l’eloquio clericale sa bene che in queste parole si cela l’insidia principale del documento papale: la stabilità cui si riferisce Bergoglio non consiste tanto nella conservazione delle prerogative e del diritto di celebrare liberamente la liturgia tradizionale della Chiesa, quanto nel fatto che a questi Istituti non se ne potranno aggiungere altri; chi vorrà avvalersi del Motu Proprio Summorum Pontificum si accorgerà presto che l’unica possibile strada percorribile è quella di unirsi ad una comunità approvata – Fraternità San Pietro, Istituto di Cristo Re, Istituto del Buon Pastore – senza possibilità di erigerne una nuova: perché, appunto, «gli Istituti e le Comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita». Di numero: non ne occorrono altre. Ed è evidente che il diritto riconosciuto dal Summorum Pontificum a qualsiasi chierico secolare o regolare di celebrare secondo le Rubriche del 1962 troverà a questo punto un necessario ed ineludibile ridimensionamento, se non una vera e propria soppressione, come già prevedevo in un mio precedente commento [qui]. 
Chi ha cercato di attribuire la responsabilità di questa decisione alla Fraternità San Pio X – come sappiamo esser avvenuto ad opera di alcuni chierici conservatori – si trova oggi nella scomoda posizione di poter ancora beneficiare della tolleranza di Santa Marta nelle questioni liturgiche, purché non vengano messe in discussione – nemmeno indirettamente – le istanze dottrinali ed ecclesiologiche del Vaticano II. Infatti, «le finalità e le questioni trattate dalla Commissione “sono di ordine prevalentemente dottrinale”», e «quello dottrinale rimane l’unico ma anche più importante tema rimasto aperto». Il tema dottrinale, appunto, rimane aperto ma solo con la Fraternità San Pio X, dal momento che gli Istituti della soppressa Commissione Ecclesia Deiaccettano sine glossa il Concilio, limitandosi a chieder di poter celebrare i riti preconciliari. 
Così, se baloccarsi con pianete plicate, arundini e tenebrari è ammesso entro ben delimitati spazi, non è altresì concesso professare quella Fede che, per la stessa essenza della liturgia, è coerente e necessaria espressione della lex orandi. In sostanza, Bergoglio ha resa evidente quella contradictio in terminis che, nel legittimare la cosiddetta forma straordinaria, l’ha strappata alla sua radice dottrinale, che manifestamente si oppone all’ecclesiologia ed alla dottrina della setta conciliare. Lo conferma in forma breviore anche Massimo Faggioli, uno degli intellettuali progressisti emergenti dopo l’avvento di Bergoglio: «Con la sua decisione a proposito della Ecclesia Dei, Papa Francesco dice ai tradizionalisti: potete avere la liturgia preconciliare, ma non potete avere la dottrina pre(e anti)-Vaticano II» [qui]. 
La Fraternità San Pio X rimane quindi l’unica entità genuinamente cattolica che, nel mantenimento della forma cultuale tradizionale, ne abbraccia coerentemente anche il presupposto teologico, de factoescluso ed ignorato – anzi, decisamente negato – dalle comunità sinora facenti capo all’Ecclesia Dei
Questo non è – sia chiaro – l’acido commento di un fanatico tradizionalista, aprioristicamente avverso al nuovo corso modernista: l’analisi di questa situazione è confermata in forma longiore da uno dei più ferventi apostoli della neo-chiesa e zelantissimo cortigiano di Santa Marta, Andrea Grillo, docente di Teologia sacramentaria e Filosofia della Religione presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. Il quale, in un articolo pubblicato proprio ieri su Munera [qui], conferma l’analisi impietosa di chi scrive, pur approvandola con lo scomposto entusiasmo tipico del settario che vede finalmente confermata in alto loco la propria avversione all’antica religione soppiantata dal Concilio: «Nata per rimediare alla frattura con il mondo lefebvriano, [la Commissione] era diventata, progressivamente, un settore della Curia romana nel quale si costruiva una “identità parallela” del cattolicesimo tradizionalista e con il pretesto di un immaginario “accordo con lefebvriani”, si pretendeva di spostare continuamente verso di loro la barra della identità cattolica, soprattutto con un progressivo svuotamento della comprensione e della efficacia del Concilio Vaticano II». É qui rilevabile l’insofferenza di Grillo non solo verso il tradizionalismo tout-court, ma anche verso quel moderatissimo conservatorismo che, sotto il Pontificato di Benedetto XVI, aveva trovato una propria collocazione giuridica nel pantheon conciliare. Secondo il professore, dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum e la promulgazione dell’Istruzione Universae Ecclesiae, «era facile immaginare che questo provvedimento avrebbe aperto la via ad un processo inarrestabile di sempre più ampie concessioni, fatte non dalla Chiesa di Roma, ma dai tradizionalisti della Curia romana, che avevano ottenuto una pericolosa e troppo ampia autonomia». Si noti l’ardita distinzione «non dalla Chiesa di Roma, ma dai tradizionalisti della Curia romana», che prelude ad un ulteriore cancellazione di quelle «sempre più ampie concessioni» concesse in nome di una «pericolosa e troppo ampia autonomia». 
Un’autonomia, par di capire, che sotto il gesuita Ladaria non troverà alcuno spazio ad intra, ma al massimo ad extra, nei confronti della Fraternità San Pio X; ammesso e non concesso che l’Istituto di mons. Lefebvre ritenga fruttuoso un qualsivoglia confronto con chi non è intenzionato a cedere alcunché sul fronte dottrinale. Da quel ch’è dato comprendere dalle dichiarazioni del Superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani, l’unico scopo degli incontri romani è il lasciar traccia documentale che, nel silenzio universale dei Prelati, vi è stato chi ha coraggiosamente affermato le immutabili verità cattoliche davanti alla Gerarchia conciliare che progressivamente le va negando. 
Andrea Grillo, preso dal raptus modernista, tradisce nel proprio articolo quelle che, se non rappresenta un vero e proprio programma concordato coi vertici della setta conciliare, esprime quantomeno degli scompostidesiderata di cui già si intravvede la possibile realizzazione. Egli definisce il coetus fidelium previsto per la richiesta della celebrazione nella liturgia antica come una «follia tradizionalista installata nella Curia romana». E aggiunge: «Ora, secondo il motu proprio che entra oggi in vigore, tutte le competenze di Ecclesia Dei sono spostate ad una Sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede. Sarebbe logico che, innanzitutto, la Istruzione Universae Ecclesiae, essendo destinata ad una Commissione che non esiste più, venisse abrogata. Per riportare un poco di buon senso e di onestà in un mondo in cui la fiction ha raggiunto, da troppo tempo, livelli di guardia». In sostanza, Grillo auspica l’abrograzione del documento applicativo del Motu ProprioSummorum Pontificum, vanificandone l’efficacia. «Questo passaggio inaugura una nuova fase nel rapporto con i lefebvriani, ma soprattutto nella applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, che sta alla radice di questa grande messa in scena, giunta oggi, finalmente, al sipario finale. Ma forse è solo il sipario del primo atto della commedia». 
Avete letto bene: una grande messa in scena, anzi una Messa in scena, oserei dire, con la maiuscola. Poiché, pur da posizioni antitetiche ed inconciliabili, Grillo mi vede perfettamente concorde con la sua analisi. La farsa perpetrata con il Motu Proprio, infatti, è stata svelata da un semplice atto amministrativo in cui il Romano Pontefice esercita la propria potestà. Un atto amministrativo che, come dice l’avvocato Adernò, «rientra – con buona pace dei contestatori del Summorum Pontificum – nell’orbita della fase – discutibile o meno che sia – di normalizzazione avviata sotto il Pontificato di Benedetto XVI». Normalizzazione, appunto. Ma una normalizzazione che compie un ulteriore passo verso l’apostasia, poiché sancisce la rottura ope legisdell’intrinseco legame tra lex credendi lex orandi, non solo all’interno della stessa Chiesa latina – cosa ch’era già avvenuta con la compresenza della forma ordinaria e straordinaria – ma anche all’interno dell’ala conservatrice, che si trova ad avere sì la liturgia tradizionale, ma senza che le sia riconosciuto il diritto di credere a ciò che celebra, a professare quella Fede di cui il rito tridentino è necessaria espressione. In questo senso, la celebrazione del rito antico da parte di chi accetta il Vaticano II si conferma inesorabilmente una «grande Messa in scena, giunta oggi, finalmente, al sipario finale». 
E, come preannuncia Grillo, questo «forse è solo il sipario del primo atto della commedia» secondo le intenzioni del regista, ma destinata a concludersi – temiamo – in tragedia per i fedeli.

da Opportune Importune, Cesare Baronio

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