venerdì 21 settembre 2018

COMUNISMO E ANTISEMITISMO



Il “Giorno della memoria” fu istituito dall’Assemblea Generale dell’ONU, che nel novembre del 2005 (Risoluzione 60/7), rifiutando qualsiasi negazione dell’Olocausto e condannando senza riserve tutte le manifestazioni (su base etnica o religiosa) di intolleranza, incitamento, molestia o violenza contro persone o comunità, designò il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, come Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto. Certamente è una celebrazione che riguarda innanzitutto il popolo ebraico, così tragicamente colpito dalla Shoah, ma proprio per questo suo carattere tocca ogni uomo, cosciente della propria umanità. Il “Giorno della memoria” ha dunque una portata universale. La memoria della Shoah, pur conservando la sua irriducibile singolarità, lo sterminio di un intero popolo, pensato, pianificato, realizzato con un misto di burocratica freddezza e di efferata crudeltà, per sua natura non può che rendere più acutamente attenti nei confronti di ogni sistematica violazione e cancellazione della dignità umana ovunque avvenga. Far memoria della Shoah significa dunque anche lottare per la verità storica circa violenze e genocidi del passato e impegno affinché non si ripetano nel presente. Un presente purtroppo così carico di terribili violenze. L’Olocausto ha certamente una sua unicità. E il dolore e la sofferenza del popolo appartengono alle fibre più intime del popolo ebraico. La “soluzione finale”, maturata come punto d’arrivo della persecuzione nazista, è un disegno di inaudita radicalità, nello scopo e nei metodi utilizzati. I “campi di sterminio”, espressione di questo orribile progetto, sono una tragica peculiarità del nazismo. I nazisti sterminando il popolo ebraico miravano anche a cancellare quell’esperienza della persona umana portatrice di un valore assoluto, persona libera e responsabile, di cui il popolo ebraico era da sempre testimone. Quell’esperienza che aveva generato tutta la tradizione umanistica della civiltà giudeo-cristiana. E per questa ragione, almeno per i nazisti più radicali, lo stesso cristianesimo, proprio per il suo inscindibile legame con l’ebraismo, era destinato all’estinzione (lo scopo che sia i protestanti che i massoni perseguono oggi). Quel che era in gioco era l’idea stessa che ogni uomo ha una coscienza libera, che lo chiama a giudicare ciò che è bene e ciò che è male, giusto e ingiusto e lo chiama alla responsabilità personale. Una coscienza che si interroga sul significato del vivere e dell’agire. Proprio quello che i nazisti non potevano accettare: l’uomo nuovo nazionalsocialista doveva essere liberato dal fardello della coscienza, dal compito di “pensare” nel senso più profondo del termine. Tutta la cultura ebraica, non per nulla definita dai nazisti “dissolutrice”, testimoniava proprio il contrario. Ciò detto, questa “unicità” non va messa in concorrenza rispetto ad altre tragiche forme di violenza di cui è segnata la storia passata e presente. Pensiamo solo ai milioni di vittime del terrore staliniano. Poi non dimentichiamo che ogni vittima ha lo stesso valore. E questa consapevolezza è parte viva dell’ethos ebraico. Terezin, non distante da Praga, era un campo di transito verso i campi di sterminio (circa 140000 ebrei, di cui 15000 bambini, vi vennero deportati, un quarto di essi morì nel campo e 88000 vennero deportati vero i campi di sterminio). Era un campo in cui furono deportati anche molti artisti ed intellettuali.
Stalin, Marx e le persecuzioni “rosse” contro gli Ebrei
Secondo il censimento del 1897, l'ultimo disponibile prima della rivoluzione, gli appartenenti alla religione ebraica che vivevano nell'Impero Russo erano 5.500.000; di questi solo per l'1 % il russo era la propria lingua madre, per il 97 % l'yiddish. Questa popolazione era quasi tutta confinata nella cosiddetta "Zona di Residenza", ai confini occidentali dell'Impero Russo, dove spesso gli ebrei costituivano la maggioranza della popolazione. La maggior parte era impiegata in lavori manuali, soprattutto artigianato e commercio, ed erano anche molto poveri, tanto che in quegli anni ne emigrò all'incirca un milione. Le tendenze politiche più diffuse fra gli ebrei erano il sionismo ed il socialismo. Gli aderenti ai vari movimenti sionisti erano circa 300.000 al momento dello scoppio della rivoluzione (Schechtmann). Vi era anche un partito socialista solamente ebraico: il Bund. All'interno del Partito Social Democratico Russo gli ebrei erano soprattutto fra i menscevichi; tanto che Stalin, parlando del VII Congresso del Partito Social Democratico Russo, disse che i bolscevichi, in quanto gli unici veri russi, avrebbero potuto fare un pogrom. Infatti, durante la Prima Guerra Mondiale gli ebrei vennero visti dal governo come dei nemici interni e subirono dure persecuzioni. In questa situazione la rivoluzione di Febbraio e la fine dello zarismo furono accolti con sollievo immenso. Il Governo Provvisorio abolì subito ogni forma di restrizione per gli ebrei (20 Marzo 1917). Cominciò così un periodo di circa due anni di rinascita culturale per gli ebrei in cui sembrò che nel nuovo stato vi sarebbe stata l'uguaglianza e l'autonomia di tutte le nazionalità. L'unico trattato specifico prerivoluzionario è dello stesso Marx. É un trattato del 1943, premarxista, e antisemita. Marx identifica l'ebraismo con il potere del denaro, per questo lo ritiene una forma di alienazione, così come l'antisemitismo. Marx comunque tratta l'argomento come il problema di una minoranza religiosa risolvibile con l'assimilazione, i bolscevichi invece lo avvertiranno come un problema etnico. Infatti l'unico altro saggio prerivoluzionario che parli in qualche modo dell'argomento è quello di Stalin del 1913: "Il marxismo e la questione nazionale". Fu scritto sotto la guida di Lenin. La definizione di nazione è la seguente: "Una nazione è una comunità storicamente evoluta e stabile, con un linguaggio, territorio, vita economica e formazione comuni, che si esprime in una comunanza di cultura". Data questa definizione, gli ebrei ne vengono esclusi in quanto privi di territorio. Stalin inoltre dice chiaramente che gli ebrei non possono essere una nazione in quanto non hanno una classe contadina, che la tendenza per loro è verso l'assimilazione e che l'abolizione della Zona di Residenza accellererà le cose. Sembra quindi che la posizione dei bolscevichi nei confronti degli ebrei fosse quella di negare che essi fossero una nazionalità, eppure dissero che avevano un "carattere nazionale" (Lenin). Nel 1914 Lenin presentò alla Duma una carta per l'uguaglianza delle nazionalità, e tra esse menzionava gli ebrei. Il fatto è che i bolscevichi non riconosco valore al concetto di nazione, ma solo a quello di classe. Per loro l'argomento è sempre secondario. Quindi, una volta tolte le leggi discriminatorie, non avevano un interesse particolare nelle questioni inerenti le minoranze etniche, linguistiche etc… né a definirle perfettamente. Tutto questo almeno fino a prima della rivoluzione. Sono convinti che il socialismo avrebbe risolto tutti questi mali. Anche la rivoluzione di Ottobre fu bene accolta e molti ebrei si unirono solo allora ai bolscevichi. Infatti fino ad allora il partito bolscevico era stato probabilmente il partito socialista con il minor numero di ebrei, quelli che c'erano erano però in posti di comando. Ciò incrementò l'antisemitismo dei Bianchi che si dettero a pogrom nelle zone da loro occupate, pogrom che causarono la morte di un numero di persone fra le 180.000 e le 200.000 secondo stime ufficiali sovietiche. Quando andarono al potere i bolscevichi, nonostante le loro teorie che negavano il carattere nazionale degli ebrei, si trovarono di fronte ad un vero e proprio popolo, con una propria lingua, cultura etc… Scegliendo come categoria quella etnica, invece che quella religiosa, il problema rientrava in schemi più comprensibili e razionali. Un riconoscimento politico del carattere nazionale degli ebrei era già avvenuto nel Gennaio del 1918 con la creazione di un Commissariato per gli Affari Nazionali Ebraici, sezione speciale del Commissariato delle Nazionalità, sotto la guida di Stalin. Il compito del Commissariato ebraico (YevCom), oltre alla diffusione delle idee bolsceviche tra gli ebrei, era quello di abolire tutte le istituzioni comunitarie ed autonome ebraiche e di trasferire i loro fondi e proprietà al Commissariato stesso. Lo scioglimento delle organizzazioni autonome ebraiche fu formalizzato con un decreto il 5 Agosto del 1919. Sempre nel 1918 il Partito Comunista creò delle Sezioni Ebraiche (Yevsktsii) all'interno della sua struttura. Il loro compito era quello di fare propaganda fra i lavoratori ebrei in yiddish. Queste furono assai più importanti del Commissariato e presto ne assunsero le funzioni. In esse confluirono molti ex-bundisti. Infatti la soluzione etnica si avvicinava molto a quella proposta dal Bund di autogoverno. In genere fu dato uno spazio molto ampio a tutta la parte della cultura ebraica che era laica ed in yiddish, proprio per trasformare completamente gli ebrei da religione a gruppo etnico. Ad esempio vennero create scuole in yiddish o venne dato impulso a quelle già esistenti. La parte religiosa e sionista della cultura ebraica, che si esprimevano in lingua ebraica vennero invece perseguitate. L'ebraico, unica fra le lingue, venne dichiarato "linguaggio reazionario" e di fatto vietato. La prima a farsi sentire fu la persecuzione contro la religione, ebraica e non. Il 23 Gennaio 1918 il Consiglio dei Commissari del Popolo emanò un decreto, intitolato "sulla separazione della chiesa dallo stato e della chiesa dalla scuola". Ciò che colpiva di più la comunità ebraica era il divieto di insegnamento religioso. Le Comunità ebraiche furono sciolte (Ottobre 1918) con l'aiuto della Yevsektsja. Ciò creò problemi per la sostituzione della loro attività variegata, soprattutto nel campo dell'educazione. Contro tutti i membri del clero furono prese misure quali privazione dei diritti civili, discriminazione verso l'intera famiglia nella concessione di tessere annonarie, discriminazione nell'assistenza medica etc… diffamazione pubblica e, come ultima ratio, accusa di attività controrivoluzionaria. Tutta la persecuzione avvenne nel segno dell'uguaglianza: uguaglianza di persecuzione per tutte le religioni. La misura era uno per uno: per ogni prete deportato un rabbino, per ogni chiesa chiusa una sinagoga. Poiché il numero di preti e di chiese era enormemente superiore, la religione ebraica finì con l'essere la maggiormente perseguitata. La persecuzione contro il sionismo avvenne più lentamente. Le autorità non avversavano in modo particolare il sionismo, lo avvertivano come un movimento esotico che non dava noia a nessuno; gli unici a cui dava noia erano quelli dell'Yevsekstja che dovevano subirne la concorrenza fra le masse ebraiche. In realtà il sionismo durò più a lungo del suo maggiore nemico: la Yevsektsja. Questa infatti fu sciolta nel 1930, dopo essere già stata ridotta. Essa aveva esaurito il suo compito demolitore delle istituzioni ebraiche, l'unico compito che le era stato assegnato, e quindi non era più necessario tenerla in vita. Un altro colpo che il regime inferse agli ebrei fu dal punto di vista economico. Come abbiamo visto gli ebrei erano soprattutto artigiani e commercianti, quindi piccolo borghesi. Durante la NEP essi ripresero queste loro attività, quando essa finì circa 1.120.000 ebrei dovettero chiudere le loro piccole attività. Molti di questi nuovi disoccupati si riversarono nelle città, e particolarmente nei centri industriali. Per coloro che rimasero nella Zona di Residenza la situazione era disastrosa, l'unico lavoro ancora disponibile era quello agricolo. Nel 1925 vien fondata la "Società per l'insediamento sulla terra di lavoratori ebrei", conosciuta come Geserd, suo fautore fu Kalinin, molto interessato alla causa degli ebrei. Poiché in Ucraina non c'era abbastanza terra per assorbire tutti gli ebrei russi come contadini, e quei pochi che vi furono insediati provocarono le reazioni antisemite delle popolazioni locali, fu deciso di trasferire la zona di insediamento in una zona dell'URSS meno abitata. Fu scelto il Biro-Bidzan, al confine con la Cina, perché era strategicamente importante che fosse popolato. L'obbiettivo delle autorità sovietiche nel creare uno stato ebraico era quello di ottenere il sostegno finanziario, degli ebrei americani, e di risolvere il problema degli ebrei sovietici, cercando di allontanarli così dal sionismo. Dal 1928 cominciò la propaganda a favore dell'insediamento in Biro-Bidzan, diretta anche agli ebrei stranieri: pochissimi ebrei sovietici e nessun ebreo straniero risposero all'appello. Il numero degli arrivati era di poche centinaia l'anno. Ben presto divenne maggiore il numero di coloro che se ne andavano rispetto a quelli che arrivavano. Le condizioni di vita erano pessime, ed anche la tanto propagandata libertà culturale era irrisoria. Nel 1934 la zona fu proclamata Regione Autonoma, anche per renderla più attraente agli ebrei. Kalinin disse che in quel modo gli ebrei, unica fra tutte le nazionalità a non avere uno stato proprio, avrebbero avuto uno stato che ne avrebbe salvaguardato la cultura nazionale; coloro che non volevano andarci si sarebbero dovuti assimilare. Seguendo questo criterio fin da quegli anni la cultura ebraica al di fuori del Biro-Bidzan fu ostacolata. La scelta era fra il Biro-Bidzan e l'assimilazione. Da allora il Biro-Bidzan servì più che altro a scopo intimidatorio: di tanto in tanto, fino a periodi recenti, veniva detto che gli ebrei sarebbero stati tutti deportati in Biro-Bidzan. Finora abbiamo analizzato l'atteggiamento della autorità, vediamo adesso quello della popolazione sovietica nei confronti degli ebrei. La Russia ha una lunga tradizione di antisemitismo popolare, ricordiamo per inciso i pogrom che fino a pochi anni prima erano comuni ed i pogrom commessi dai Bianchi. L'avvento del comunismo fui sentito, soprattutto dai contadini impregnati della propaganda antisemita religiosa, come la vittoria degli ebrei. Ad esempio gli archivi del partito comunista relativi a Smolensk (gli unici consultabili), parlano di contadini che fanno un pogrom e minacciano di uccidere per rappresaglia tutti gli ebrei della città se gli ori della chiesa fossero stati presi dalla autorità. L'antisemitismo crebbe in maniera preoccupante durante la NEP, in quanto gli ebrei ne erano i principali beneficiari e venivano visti da molti, fra cui anche membri del partito, come degli speculatori. Infatti neanche l'apparato sovietico era esente da antisemitismo. Per molti di loro l'antisemitismo era una variante del sentimento contro la borghesia e lo ritenevano conforme al comunismo (come d'altronde avevano fatto molti populisti nel secolo precedente). Non erano però solo gli elementi meno istruiti del partito ad essera antisemiti; Kalinin nel 1926 affermò che "l'intellighenzia russa è forse più antisemita oggi che sotto lo Zar". Fu infatti proprio da quell'anno che cominciò lo sforzo fatto dal partito contro l'antisemitismo (1926-30). Il fenomeno era infatti divenuto allarmante; si ha notizia soprattutto di violenza commesse da studenti che chiedevano l'introduzione del numerus clausus. Dal momento che gli ebrei vennero riconosciuti come "nazionalità" e non più come religione, anche i loro figli erano compresi. Così in Urss essere ebrei non era una scelta privata, ma una faccenda legale. Questo provvedimento non aveva un carattere antisemita, né razzista in genere. Inevitabilmente lo assunse con il tempo. Infatti nonostante le varie promesse la menzione della nazionalità è rimasta obbligatoria fino a tempi recentissimi (crollo del comunismo?). A metà degli anni '30 il patriottismo sovietico dei tempi dell'industrializzazione cominciò a trasformarsi in nazionalismo russo. Se fino ad allora tutte le minoranze avevano avuto la libertà più ampia, adesso si comincia dire che le nazionalità più piccole devono assimilarsi. Dal 1937 un motivo valido per essere deportati poteva essere anche solo la nazionalità. Nel 1937 infatti avviene la prima deportazione di una nazionalità intera: la minoranza coreana in Urss (che venne deportata dall'Estremo Oriente al Kazhakistan). Nel 1940 furono deportati gli estoni ed i finlandesi da Leningrado sulla base del cognome. Nel 1941 tocco ai tedeschi del Volga, anche qui sulla base del cognome (Ginzburg!). Subito dopo la guerra toccò ai ceceni, ai tatari ed a varie altre etnie caucasiche. In queste deportazioni furono spostate centinaia di migliaia di persone, di tutte le età nel giro di pochi giorni. La definizione tecnica fu "confinati speciali". Le uniche eccezioni furono i coniugi sposati con un membro di un'altra etnia. L'arma dell'antisemitismo viene usata per la prima volta dalla propaganda nel conflitto fra Stalin e Trocki. Trocki stesso denunciò la cosa chiedendo in una lettera a Bucharin se fosse possibile che nelle cellule operaie a Mosca si facesse agitazione antisemita (Deutsher, "Il profeta disarmato"). In Urss divenne opinione comune ritenere che le principali vittime delle purghe degli anni '30 fossero gli ebrei. La diffusione del nazionalismo colpì anche la cultura ebraica. Furono chiuse scuole e centri culturali ebraici. Il patto Ribbentrop-Molotov accellerò le cose. Infatti l'antisemitismo durante il patto Ribbentrop-Molotov fu una sorta di omaggio ai nuovi alleati; ad esempio sui giornali si scriveva che l'antisemitismo nazista era principalmente diretto contro la religione ebraica e che era dovere degli atei marxisti aiutare i nazisti in questa campagna. Nel 1942 fu fondato il Comitato Antifascista Ebraico, ufficialmente il 6 Aprile del 1942. Salomon Mikhoels, un noto attore, ne fu il presidente, Aynikayt il suo organo. I compiti del Comitato dapprima furono quelli di fare propaganda tra gli ebrei sovietici, e di usare gli esempi di eroismo degli ebrei sovietici all'estero per muovere gli ebrei dei paesi stranieri verso la guerra contro Hitler. Subito dopo la creazione del Comitato Mikhoels e Feffer vennero mandati in Gran Bretagna ed in Usa per raccogliere denaro per l'Armata Rossa ed i civili sovietici. Nel frattempo la diplomazia sovietica prese contatti con esponenti sionisti in Palestina, valutando la possibilità di un sostegno sovietico alla creazione dello stato di Israele, in cambio del sostegno del movimento sionista (questo mentre i sionisti in Urss continuavano ad essere perseguitati).
La situazione antisemita dopo la guerra
L'odio antisemita accumulato durante la guerra non sparì d'un colpo, anzi. Soprattutto nelle regioni che erano state occupate il ritorno dei sopravvissuti fu molto malvisto. Molti che avevano collaborato temevano di essere riconosciuti, molti che avevano approfittato della scomparsa degli ebrei per appropriarsi delle loro case, dei loro posti di lavoro vedevano altrettanto male il loro ritorno. Ciò significò che gli ebrei non dovevano più avere cariche importanti in nessun ambito e che le istituzione ebraiche, scuole in yiddish, teatri etc… non sarebbero state più tollerate. Vediamo adesso le perdite subite dagli ebrei russi durante la guerra. Gli ebrei sterminati dai nazisti ammontano circa a 700.000 persone (Reitlinger). In realtà secondo il dato di crescita demografica, gli ebrei nel 1959 avrebbero dovuto esser 4.000.000, quindi negli anni dal 1939 al 1959 il loro tasso di decrescita è stato di 1.700.000 persone; oltre allo sterminio nazista bisogna infatti aggiungere i morti dovuti più propriamente alla guerra, quelli dovuti alle purghe degli anni neri etc. Le annessioni di territori quali le repubbliche baltiche etc… hanno però fatto rimanere il numero degli ebrei quasi invariato. Infatti nel censimento del 1959 gli ebrei in Urss erano 2.500.000 circa. Diffusi soprattutto in Russia, Ucraina, Moldavia, repubbliche baltiche etc. Poiché la popolazione ebraica è prevalentemente urbana si stima che a Mosca l'11% della popolazione sia composto da ebrei, il 9,8% a Leningrado, il 13,8% a Kiev fino ad un massimo di 19,8% di ebrei a Kishinev (Levenberg). Salomon Mikhoels, presidente del Comitato Antifascista Ebraico e noto attore del teatro yiddish, è la prima vittima della campagna contro il "nazionalismo ebraico"; venne assassinato nel Gennaio del 1948 e il Comitato sciolto (Novembre). In quello stesso anno vennero arrestati tutti i più importanti rappresentanti della cultura yiddish sovietici. Gli arresti continuarono fino al 1953. Secondo la lista fatta a New York dopo il 1956 dal Congresso per la Cultura ebraica fra deportati e fucilati gli artisti yiddish, o comunque ebrei, coinvolti erano qualche centinaio. La maggior parte fu subito deportata in Siberia, i più importanti venero sottoposti ad interrogatori lunghissimi (e durante i quali molti morirono). Lo scopo era di farli confessare di star preparando una rivolta armata per la secessione delle Crimea, dove doveva essere fondato uno stato sionista, satellite degli USA. Gli interrogatori dovevano probabilmente (Pinkus) concludersi con un grande processo pubblico. Il primo processo pubblico contro gli ebrei avvenne fuori dall'URSS: il processo Slanski, in Cecoslovacchia, quando i più importanti dirigenti, di origine ebraica, del partito comunista ceco, furono accusati di essere spie sioniste (27 Novembre 1952). Infatti nel frattempo i rapporti con Israele si erano deteriorati e la definizione del sionismo come movimento reazionario venne ritirata fuori e si cominciò a costruire una base teorica per opporsi allo stato di Israele (comunque già nel processo contro Rayk nel 1949 il sionismo era stata una delle accuse); la scusa formale era il dire che ci si aspettava che Israele diventasse un paese socialista. Il processo Slanski servì per vedere che effetto avrebbe fatto ad Ovest un attacco del genere. Si ricordi che anche nel processo Slanski si parlò di "medici avvelenatori". Cerchiamo di capire quali possono essere stati i motivi per lanciare una tale campagna, che avrebbe dovuto concludersi con un processo pubblico. Al XIX Congresso del Partito nell'Ottobre del 1952 il Politburo era stato ristrutturato. Probabilmente Stalin voleva cominciare un'enorme purga per eliminare i vecchi leader dell'apparato, quali Berja, Molotov etc. Per condurre questa purga non fu scelta la via segreta, per altro possibile, perché Stalin voleva creare un clima di tensione in vista di una nuova guerra, che egli riteneva imminente (così come era avvenuto negli anni '30). Il pretesto furono gli ebrei probabilmente a causa dell'antisemitismo di Stalin, che negli ultimi anni era aumentato fino a raggiungere un livello di paranoia (come Hitler?). Ad esempio se dei medici erano potuti arrivare a tanto, ciò significava che gli organi di sicurezza, e cioè Berja, erano complici, etc…I successori di Stalin si trovarono d'accordo almeno nel rinunciare agli aspetti demenziali della sua politica, tra cui l'antisemitismo. Radio Mosca annunciò che le accuse contro i medici erano state costruite e che essi erano innocenti. Vennero fatti dei passi per liberare i prigionieri superstiti dai campi di concentramento e molti ebrei riottennero i posti che avevano perso con la campagna anti-cosmopolita. Comunque le campagne antisemite in Cecoslovacchia ed in Romania cominciarono proprio allora, e non sembrarono risentire di questi cambiamenti, che in ogni caso riguardavano soltanto gli aspetti estremi. Per capire quanto furono limitati questi cambiamenti e quanto in realtà la politica generale nei confronti degli ebrei rimase immutata vediamo l'atteggiamento verso gli ebrei dei successori di Stalin. La maggior parte delle dichiarazioni sugli ebrei o sull'antisemitismo fatte da Kruscëv o da altri leader dell'epoca era rivolta all'occidente e non fu neanche pubblicata in Urss. Infatti l'occidente, ed in particolare i partiti comunisti occidentali, si erano mobilitati contro le dimostrazioni di antisemitismo che avvenivano in Urss, per questo cercavano di negare. Fu un tentativo inutile perché in realtà la pratica dell'antisemitismo era assai più evidente allora che negli anni di segretezza dello stalinismo. Il numero di ebrei fra gli iscritti al partito è diminuito costantemente, non solo per un decremento delle richieste, ma per una precisa politica del partito stesso (Pinkus). Lo si vede dal fatto che il decremento più forte è stato fra i membri del partito con cariche importanti. Tra i membri del Comitato Centrale e del Soviet Supremo addirittura gli ebrei sono la nazionalità meno rappresentata, nonostante gli ebrei siano, come numero, la settima nazionalità dell'Unione. La discriminazione è agevolata dal fatto che fino a pochissimo tempo fa tutti gli ebrei portavano scritto sui propri documenti la parola "ebreo". É facile capire come questa norma possa essere discriminatoria. Già sotto Stalin, e prima ancora ai tempi della NEP, i processi per "crimini economici" (termine che designa una serie di reati che variano dalla speculazione alla corruzione) avevano sempre avuto un carattere antisemita. La punta massima raggiunta è stata negli anni '60. Si calcola che il 78 % dei coinvolti siano stati ebrei, molti dei quali condannati a morte per questo. A processi in cui gli accusati erano ebrei venne dato molto risalto, nel tono che vi potete immaginare. Dopo che Bertrand Russel scrisse una lettera per protestare contro questo atteggiamento e contro l'imposizione della pena di morte, i processi economici diminuirono. Gli atti di antisemitismo, sinagoghe incendiate, cimiteri profanati, ebrei picchiati etc… vennero passati sotto silenzio dai mass-media, o appena se ne accennò. Fin dal 1956 cominciarono ad essere tenuti vari processi contro sionisti o i rappresentanti del mondo religioso ebraico, ma la stampa non dette molto risalto a questi processi che erano semplice routine. Una routine che era continuata ininterrottamente dagli anni '20 e che da tempo aveva annientato il movimento sionista e che aveva ridotto le sinagoghe da molte migliaia ad un sessantina, di cui la stragrande maggioranza fra le comunità sefardita degli ebrei georgiani a caucasici. Fu dopo la Guerra dei Sei Giorni che simili processi cominciarono ad avere un chiaro intento politico. Infatti da allora la campagna antisionista divenne chiaramente, e senza vie di scampo, antisemita. Ad esempio ritornò alla carica Kichko, che nel 1968 pubblicò "Giudaismo e sionismo", definito dalla Pravda "il primo e fondamentale trattato scientifico sovietico sull'argomento" (6 Febbraio del 1969). In questo libro Kichko spiega che la religione ebraica insegna l'odio per gli altri popoli e per le altre religioni e perfino insegna che esse devono essere distrutte; e che il sionismo è un'ideologia nazista, un'idra tentacolare collegata a tutte le forze reazionarie occidentali. Con la scusa degli attacchi al sionismo in realtà vengono attaccati gli ebrei tout court. Il risultato fu proprio quello di diffondere sempre più il sionismo fra gli ebrei. Infatti molti ebrei, soprattutto i giovani, avevano perso la fiducia nel comunismo come elemento di emancipazione. Per questo tra i dissidenti troviamo tanti ebrei. Si crea così un circolo vizioso: gli ebrei vengono spinti, tramite persecuzioni, all'assimilazione, poi gli viene negata anche questa e quindi gli ebrei tornano indietro, verso l'ebraismo, il sionismo etc… ciò fa aumentare di nuovo le persecuzioni in un crescendo continuo. Fino a prima della guerra le persecuzioni avevano coinvolto gli ebrei come le altre etnie: di queste campagne raramente si può affermare il carattere specificatamente antisemita. Nel dopoguerra invece il carattere antisemita è evidente. Chiariamo la cosa: negli anni '20 si era privato il popolo ebraico di tutta la parte della sua cultura che aveva a che fare con la religione e con gli altri ebrei della Diaspora (risulta chiara l'interdizione dell'ebraico); si era invece promossa la cultura laica, yiddish, ma anche assai più ristretta, che poco aveva a che fare con la cultura internazionalista degli ebrei e che invece esaltava i valori locali degli ebrei ashkenaziti. Come per le altre etnie minoritarie negli anni '30 fu scelta l'assimilazione e quindi anche la cultura yiddish cominciò ad essere ostacolata. Nel dopoguerra il processo iniziato negli anni '30 arriva alla resa dei conti. Tutte le minoranze devono scegliere l'assimilazione completa. In quest'ottica rientra la persecuzione al "nazionalismo". Il fatto che, per motivi di utilità, l'URSS abbia appoggiato la creazione dello stato di Israele non cambiò sostanzialmente le cose, anzi, le peggiorò perché illuse gli ebrei sovietici il cui sentimento nazionale fu risvegliato, facendoli incorrere ancor di più nell'ira del regime. Specificatamente antisemita è invece la campagna contro il cosmopolitismo. Essa infatti colpisce proprio gli ebrei assimilati, che quindi avevano fatto quello che il regime voleva. In modo più esteso, è vero, essa colpisce i rapporti con la cultura occidentale. Ma di fatto si risolse in una campagna antisemita, perché gli ebrei non potevano né scegliere la propria cultura ("nazionalismo"), né adattarsi alla cultura del paese, riservata ai "veri russi". Quindi, negli anni '20 e '30 gli ebrei non soffrirono più delle altre minoranze: dovettero scegliere fra la cultura yiddish, e solo quella, e l'assimilazione. Nel dopoguerra entrambe queste scelte portavano ai GUlag. I successori di Stalin eliminarono il terrore indiscriminato, ma non la persecuzione, la cui forza è testimoniata dall'emigrazione di massa degli ebrei sovietici non appena se ne è presentata l'occasione, e cioè con la glasnost. Quindi le sinistre che oggi si mostrano benevoli e accoglienti verso altre minoranze etniche e verso altri popoli, in realtà stanno mentendo spudoratamente per perseguire un fine preciso: il caos mediante il meticciato e l’estinzione del Cristianesimo e degli europei cristiani, unico argine al piano diabolico di un Governo Mondiale.      
Nessun giorno della memoria per le foibe
Con la Seconda Guerra Mondiale e in particolare nell’aprile del 1941, la Germania, per soccorrere l’Italia (che si era illusa di spezzare le reni alla Grecia) e intanto consolidare il fronte meridionale del Reich, sferrò un poderoso attacco contro la Jugoslavia, a cui parteciparono anche i nostri soldati: concluse le operazioni, ottenemmo una zona di occupazione che dalla Slovenia andava sino alle Bocche di Cattaro. Si iniziò anche in questi nuovi territori, con la parziale eccezione della Slovenia, un processo di italianizzazione forzata con forme anche brutali di oppressione che sfociarono in veri e propri crimini di guerra. Singolare quanto avvenne nel campo di concentramento di Arbe, allestito dagli Italiani nell’omonima isola sul Quarnaro, dove, mentre i prigionieri slavi vennero trattati durissimamente, diverse migliaia di Ebrei furono internati a scopo protettivo, in condizioni e ambienti molto migliori, per scamparli dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti. Infatti ricordiamo  che, prima dell’ascesa di Hitler, con Mussolini già saldamente al potere in Italia, gli Ebrei vivevano tranquilli e in perfetta integrazione con gli Italiani. Questo perché Mussolini non ebbe mai nulla contro gli Ebrei, ma fu Hitler a trascinarlo in un’avventura senza ritorno dagli esiti che tutti conosciamo. Hitler poteva essere molto pericoloso per l’Italia, e questo Mussolini lo aveva capito. Del resto, Giorgio Perlasca, l’eroe italiano che salvò migliaia di Ebrei, era fascista convinto. Stranamente, durante lo strazio delle foibe, il regime non si dimostrò affatto giudeofobo (nonostante le orrende leggi razziali del 1938), ma slavofobo. Poi, con l’armistizio dell’8 settembre 1943, la situazione si aggravava ulteriormente. I partigiani di Tito occuparono gran parte delle zone in precedenza assegnate all’Italia dando il via a una sorta di terrore rosso, con diffusi episodi di giustizia sommaria di cui fecero le spese fascisti, ma anche oppositori politici democratici e cittadini che, per il loro prestigio sociale o culturale, rappresentavano una minaccia di italianità rispetto al nuovo verbo slavo e comunista. È proprio per eliminare i cadaveri di tutti costoro che nel settembre del 1943 cominciarono a essere impiegate le foibe, cavità carsiche dove capitava che venissero gettate anche persone vive, legate a una grossa pietra che le trascinasse verso il fondo. Si salvarono in pochi. Ci chiediamo come mai non sia stato mai indetto un “Giorno della memoria” anche per le foibe. Oppure esiste un negazionismo “di convenienza” per un fatto increscioso che coinvolse una sinistra storicamente avvezza a purghe e gulag? Il nemico antisemita degli Ebrei non è fascista, non lo è mai stato.

CINZIA PALMACCI


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