venerdì 8 marzo 2019

L’oro della FED è falso (è tungsteno): persino Goldfinger fregato dalle banche centrali..

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Nel mentre la Cina, l’India e la Russia incrementano le proprie riserve auree (la Russia, in particolare, ha pianificato di portarle dal 2% al 10%), emergono inquietanti rivelazioni sulla reale presenza e consistenza delle riserve auree ufficialmente dichiarate dalle banche centrali americane ed europee.
Come denunciato dal giornalista americano Benjamin Fulford e come ribadito con prove alla mano da molti altri autorevoli esperti, il celebre forziere americano di Fort Knox non conterrebbe più i dichiarati 137 miliardi di dollari in lingotti, che sarebbero stati già da tempo liquidati per far fronte ai bilanci falsati dello Stato federale, ma sarebbero stipati di 640.000 lingotti di tungsteno dorato, del valore effettivo di neanche 20 dollari al chilo!
Perché tungsteno, vi chiederete? Ve lo racconto fra poco. Facciamo prima un po’ di storia.
Il monumentale palazzo chiamato The United States Bullion Depository, costruito nel 1936 in Kentucky nella preesistente base militare dedicata al Generale Henry Knox, conserverebbe in teoria oro per 4.167 tonnellate. Ma non è l’unico. Altre 5.000 tonnellate risulterebbero (almeno in teoria) custodite nel caveau sotterraneo della Federal Reserve a New York. La differenza fondamentale fra i due depositi è che Fort Knox è sempre stato considerato la cassaforte dell’oro americano, mentre quello della Federal Reserve a New York è divenuto di fatto una sorta di “cassetta di sicurezza” globale, in quanto molti paesi vi tengono depositate (o comunque pensano di tenervele) le proprie riserve auree. Lì erano depositate anche le riserve auree della Francia, fino a quando il Presidente Charles De Gaulle, che aveva buone ragioni per non fidarsi degli Americani, dichiarando “di non dormire sonni tranquilli” sapendo in che mani fossero le riserve auree della sua nazione, ordinò nel 1965 un blitz navale per riportare in patria, nei forzieri della Banque de France di Parigi, i 150 milioni di Dollari in oro che erano custoditi a New York.
De Gaulle, come rileva il giornalista francese Charles Goyette in un interessante articolo, aveva infatti ben compreso che gli Stati Uniti stavano realizzando una colossale truffa internazionale. Avevano promesso che i possessori di Dollari americani avrebbero potuto in qualsiasi momento riscattare il loro oro al tasso di 35 $ l’oncia. Ma era ormai chiaro che gli USA stessero di fatto firmando cambiali false, stampando di gran lunga più Dollari di quanti ne fossero riscattabili a qualsiasi tasso.
De Gaulle aveva aperto una breccia pericolosa nel muro della FED. In breve tempo anche altre nazioni aprirono gli occhi e iniziarono a richiedere indietro il loro oro in cambio dei biglietti verdi che detenevano. L’emorragia di oro diventò così per gli Stati Uniti un fiume in piena e le richieste di recupero arrivarono in breve tempo a decine di miliardi di Dollari. In un solo giorno, nel Marzo 1971, 400 tonnellate di oro vennero prelevate dal meccanismo di scambio, il London Gold Pool, forzandolo a chiudere. Tutto questo spinse il Presidente Nixon, nell’Agosto dello stesso anno, a chiudere del tutto lo sportello dell’oro, tradendo di fatto la promessa della convertibilità aurea. Finiva così un’epoca storica durata millenni e ne cominciava un’altra, quella della cosiddetta fiat-money, una moneta che deriva il suo valore essenzialmente da un’autorità o dalla “fiducia della gente”; una moneta quindi con un va lore fiduciario, cioé non determinato dal valore intrinseco di un materiale (oro, argento, etc.). In parole povere, carta straccia.
Sempre il giornalista francese Charles Goyette ha recentemente pubblicato un articolo in cui si domandava se le banche centrali occidentali abbiano davvero, fisicamente, nei propri forzieri l’oro che dichiarano di detenere, rilevando come varie inchieste abbiano drammaticamente dimostrato che non ci si può fidare dei dati ufficiali forniti, perché le banche centrali avrebbero negli ultimi anni di fatto prestato o venduto allo scoperto gran parte del loro oro. Perfino la Bundesbank, dichiarando di non avere un registro completo dei lingotti numerati in suo possesso, molti dei quali risultano custoditi a New York, a Londra e a Parigi, è entrata in allarme richiedendo in tutta fretta il rimpatrio di 150 tonnellate d’oro per verificarne la qualità e il peso, avendo ovviamente subodorato una gigantesca frode a suo danno.
Ma Goyette, secondo quanto affermano altre fonti ben informate, risulta essere fin troppo ottimista. Verificare se i lingotti d’oro siano veramente al loro posto potrebbe sembrare una banale questione di inventario, ma le domande sui titoli sono una procedura complessa e si tratta di istanze che necessitano di una risposta formale attraverso un audit, e soprattutto non risolvono i dubbi, tutt’altro che infondati, che stanno circolando da tempo sull’autenticità dei lingotti.
E, intanto, la richiesta di oro aumenta a dismisura da parte di speculatori e investitori e crescono le richieste di movimentazione dei lingotti in custodia.
Edoardo Capuano, sul sito ECPlanet riporta un fatto emblematico: nel 2009 la J.P. Morgan e la Deutsche Bank, che avevano precedentemente venduto Gold Futures (lingotti virtuali) al prezzo di 1.000 $ l’oncia, chiesero ai legittimi proprietari se quell’oro poteva essere da loro ricomprato a 1.250 $ l’oncia per evitare di dover consegnare fisicamente quei lingotti. Lingotti che evidentemente non possedevano. Da lì è emerso che per ogni lingotto conforme alla London Good Delivery (una società che certifica la qualità dei lingotti usati sul mercato londinese) risultavano molteplici e diverse richieste di proprietà. E basta che un numero sufficiente di investitori perda la fiducia nei depositi e si rechi a ritirare i propri legittimi lingotti per far crollare il mercato. Come fare quindi per tenere su il mercato e, contemporaneamente, far fronte alla sempre maggiore richiesta del prezioso metallo? Ma con l’alchimia, naturalmente, facendo passare per oro quello che oro non è.
Questo abile gioco di prestigio ha iniziato a prendere piede durante la presidenza di Bill Clinton, quando vennero sfornati e messi in circolazione da una sofisticata industria metallurgica americana, con il tacito assenso delle autorità, 1.500.000 lingotti di tungsteno dorato del peso di 400 once ciascuno. Di questi, 640.000 furono spediti a Fort Knox, in sostituzione di ciò che ormai non c’era più. I restanti furono abilmente collocati sul mercato mondiale dell’oro.
E veniamo a spiegare perché per questa frode, che ha ormai preso un aspetto sistematico e continuativo, venga utilizzato proprio il tungsteno. Semplicemente perché, oltre a costare poco, questo metallo ha un peso specifico quasi identico a quello dell’oro.
I mercati mondiali non solo sono quindi avvelenati dalle speculazioni, dalle cartolarizzazioni e dall’uso indiscriminato di derivati e di titoli spazzatura, ma sono inoltre gonfiati da una quantità impressionante e non ancora effettivamente quantificata di oro falso.
Man mano che lingotti di tungsteno made in USA rivestiti d’oro venivano scoperti un po’ dappertutto nei vari forzieri delle banche mondiali, tacitando ovviamente la cosa, la Cina, ben consapevole che i suoi enormi depositi di dollari sono di fatto carta straccia, è naturalmente passata al contrattacco, iniziando una massiccia produzione “in proprio”. Esistono, infatti, delle società cinesi come ad esempio la Chinatungsten che spiegano candidamente nei loro siti internet come arricchirsi con la contraffazione e come il tungsteno sia “environmental friendly”: “il tungsteno puro sotto forma di dischi, piatti, anelli o lingotti, se rivestito con uno strato di oro acquisterà a parità di peso anche la sua tipica brillantezza e potrà così rimpiazzarlo”. E in questi siti troneggiano le immagini di cataste di lingotti d’oro con regolari marchi e punzonature.
Quindi, di fatto, quello che è comunemente considerato come l’ultimo bene rifugio, qui in Occidente risulterebbe ormai in buona parte contraffatto, mentre il prezioso metallo autentico sta da anni prendendo la strada dell’Oriente, finendo prevalentemente in Russia e in Cina.
Quando il nostro marcio sistema usurocratico-bancario e finanziario di matrice e di ispirazione massonica cadrà definitivamente su se stesso sotto i colpi delle sue stesse speculazioni, e quando ai vari Rotschild e Rockfeller non sarà più sufficiente creare denaro dal nulla con bit informatici per salvarsi la testa, appare chiaro quali saranno i vincitori di questa nuova guerra mondiale strisciante in atto: Mosca e Pechino. Forse una nuova Età dell’Oro (quello vero) si sta prospettando per l’umanità.
Nicola Bizzi

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