venerdì 24 maggio 2019

Custodito a Gaeta lo stendardo di Lepanto



Ricostruiamo la storica vittoria della flotta cristiana contro quella ottomana nelle acque della città greca il 7 ottobre 1571. Ottanta galee turche affondate e 117 catturate. Sulla nave pontificia di Marcantonio Colonna sventolò il vessillo benedetto da papa Pio V donato poi al Duomo della cittadina laziale. L’ammiraglio l’aveva promesso in omaggio davanti alla statua di Sant’Erasmo, patrono dei marinai, se l’impresa navale fosse andata a buon fine. Danneggiato dai bombardamenti del 1943 è stato restaurato dalla Sovrintendenza delle belle arti.


Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia si sono susseguite molte celebrazioni in varie città tra cui Gaeta che custodisce uno dei simboli più rappresentativi della Cristianità: lo stendardo di Lepanto, trofeo e simbolo di quella vittoria navale decisiva per le sorti dell’intero Occidente.
La svolta avvenne col disastro dell’isola di Djerba nel 1560, dove il re Filippo II perse il più e il meglio del proprio esercito e della propria flotta. Non solo la Spagna, ma tutto il sud Europa rimasero indifese davanti a un’eventuale invasione dei turchi.
Il 25 maggio 1571 papa Pio V riuscì a vincere le diffidenze di spagnoli e veneziani costituendo una Santa Lega, atta a mettere in mare una flotta abbastanza numerosa e combattiva da sconfiggere quella ottomana. Fu scelto come capo dell’Armata cristiana un giovane di 25 anni, don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’Imperatore Carlo V e fratellastro del Re di Spagna Filippo II. A lui il Papa affiancò il più esperto Marcantonio Colonna, capo della flotta pontificia. La flotta veneziana era comandata da Sebastiano Veniero, che aveva allora 70 anni. Anche Genova, la Savoia, la Toscana, Mantova, Parma, Urbino, Ferrara e Malta aderirono con le loro galee. In tutto 208 contro le 230 turche: il più possente schieramento di forze mai messo in mare.

Il Papa ricevette Marcantonio Colonna e lo investì delle insegne del comando della flotta affidandogli lo stendardo che aveva appena benedetto. Era un labaro realizzato dal pittore Girolamo Siciolante da Sermoneta con un tessuto di seta pregiata a forma di vessillo con una coda di circa otto metri, sfondo rosso e bordatura in oro, nel quale è rappresentata la scena del Redentore sulla croce tra gli apostoli San Pietro e Paolo, avente in basso la scritta a lettere d’oro “In hoc signo vinces”.
Il 21 giugno Marcantonio Colonna, salpò con le galee pontificie da Civitavecchia e il giorno seguente approdò a Gaeta, dove, recatosi in Duomo, fece voto davanti alla statua di Sant’Erasmo, patrono dei marinai, di offrire in dono a quella Chiesa lo stendardo se l’impresa fosse felicemente riuscita. Un altro stendardo fu consegnato dal Papa all’Armata. Era un vessillo di damasco azzurro che nella parte alta aveva il Crocifisso e, in basso, lo stemma di Pio V, fra quelli di Spagna e di Venezia. Il cardinale Granvella lo affidò a Napoli, a don Giovanni d’Austria, con le insegne di comandante dell’Armata.
Nel frattempo il nuovo ammiraglio ottomano, l’aggressivo, capace e ambizioso Mehemet Alì Pascià aveva approntato un grande piano strategico per dividere le forze cristiane e attirare in una trappola la flotta veneziana. Alla fine dell’estate, dopo la caduta di Famagosta e il martirio del comandante veneziano Marcantonio Bragadin, tutta la flotta ottomana era concentrata a Lepanto, una base navale sicura e ben protetta dove poter svernare in attesa di attaccare direttamente l’Italia.
La flotta della Lega, intanto, si era concentrata a Messina. Il 16 settembre, don Giovanni concluse l’ultimo consiglio di guerra dicendo: “Andiamo a stanarli”. Lo stesso giorno la flotta cristiana lasciò Messina e gettò l’ancora il 5 ottobre nell’isola di Cefalonia.

All’alba del 7 ottobre si trovò di fronte la flotta turca nel Golfo di Lepanto. L’armata cristiana si schierò in ordine di battaglia a forma di croce. Quella turca avanzava in forma di mezzaluna. I turchi spararono il primo colpo di cannone. Sulla nave ammiraglia di don Giovanni d’Austria e sulla capitana di Marcantonio Colonna furono issati i due grandi stendardi benedetti dal Papa. Sulla nave ammiraglia turca (la Sultana) sventolò un vessillo verde su cui c’era scritto il nome di Allah in caratteri d’oro ripetuto per 28.900.
Al centro dello schieramento era la Reale di Spagna, con don Giovanni d’Austria. Alla sua destra era la Capitana pontificia di Marcantonio Colonna, alla sinistra la Capitana veneziana di Sebastiano Venier. All’ala o corno destro era l’ammiraglio genovese Giannandrea Doria e all’ala sinistra il veneziano Agostino Barbarigo. Erano le undici di mattina della domenica 7 ottobre 1571. La battaglia infuriò maggiormente al centro intorno alla galea di don Giovanni e alla Capitana di Marcantonio. Le navi ammiraglie turca e cristiana si speronarono l’una con l’altra, formando un campo di battaglia galleggiante, in cui giocarono un ruolo determinante le fanterie. Il volgere del vento a favore dei cristiani decise le sorti dello scontro. Dopo cinque ore di furiosa battaglia, i cristiani rimasero quasi increduli di fronte alla completa vittoria. Più di 80 galee affondate, 117 catturate (27 galeotte furono affondate e 13 catturate); i turchi persero 30mila uomini tra morti e feriti. Altri 8mila furono fatti prigionieri. Vennero liberati 15mila cristiani che erano stati ridotti in schiavitù e incatenati ai banchi delle galee. Quel giorno, a Roma, verso le 5 pomeridiane, il papa stava trattando di affari con il segretario personale. A un tratto interruppe la conversazione, si alzò, si accostò alla finestra e vi rimase qualche tempo, come a contemplare una misteriosa scena. Poi, commosso, ritornò dal segretario e gli disse: “Non parliamo più di affari, non è tempo di ciò! Correte a rendere grazie a Dio. Il nostro esercito consegue la vittoria”. Fu uno dei miracoli riconosciuti per la causa di canonizzazione di san Pio V, il quale aveva pregato intensamente di fronte a una immagine della Madonna che, secondo la tradizione, aveva dischiuso miracolosamente le labbra pronunciando le parole: “Vittoria, vittoria!”.
Qualche giorno dopo un messo di don Giovanni d’Austria gli confermò la notizia. Il nome di Lepanto entrò nella storia. La battaglia segnò la prima grande vittoria di una flotta cristiana occidentale contro l’impero ottomano da decenni in piena espansione territoriale.

Dopo oltre un secolo di continua espansione turca, che dalla occupazione di Costantinopoli (1453) in poi aveva continuato una avanzata che pareva inarrestabile, conquistando man mano Siria, Arabia, Egitto, spingendosi poi in Europa con la conquista di Belgraod, Todi, dell’Un-gheria, arrivando persino ad assediare Vienna, la disfatta di Lepanto rappresentò la prima significativa inversione di tendenza, che impedì ai turchi una ulteriore espansione, almeno nel settore occidentale del Mediterraneo.
Ma, più di un secolo dopo, i turchi erano ancora sotto le mura di Vienna, mentre Venezia dovette combattere altre lunghe guerre con l’Impero ottomano, perdendo infine il controllo su tutte le isole e i porti che possedeva in Egeo (come Creta), eccetto le Isole Ionie. Inoltre la flotta ottomana riuscì a sconfiggere quella veneziana presso capo Matapan al principio del Settecento; segno che l’impero turco, pur in relativa decadenza, continuava ad essere una delle principali potenze europee.
Nonostante la devastante sconfitta turca a Lepanto, la scarsa coesione tra i vincitori impedì alle forze alleate di sfruttare appieno la vittoria e ottenere una supremazia duratura sugli Ottomani.
L’Impero ottomano risentì duramente del colpo. Secondo una versione dei cronisti del tempo, il Sultano perse il sonno per tre interi giorni quando fu informato della disfatta. Secondo altri, disse che gli era stata bruciata la barba, ma che con il tempo gli sarebbe ricresciuta. Dopo Lepanto, l’impero turco iniziò una poderosa opera di ricostruzione della flotta, che si concluse in sei mesi. Ma la marina turca non riuscì a riconquistare la supremazia nel Mediterraneo, soprattutto nella sua metà occidentale. Le nuove navi erano state costruite troppo in fretta, tanto che l’ambasciatore veneziano disse che bastavano 70 galee ben armate e ben equipaggiate per distruggere quella flotta costruita con legname marcio e cannoni mal fusi.

La vittoria, tuttavia, non permise ai Veneziani e all’esercito cristiano di riconquistare l’isola di Cipro caduta da appena due mesi in possesso ottomano. Questo a causa del volere di Filippo II, il quale non voleva che i Veneziani acquisissero troppi vantaggi dalla vittoria, visto che questi ultimi erano i più strenui rivali del progetto politico spagnolo di dominio assoluto della penisola italiana. La Serenissima fu quindi costretta a firmare un trattato di pace a condizioni poco favorevoli.
Il 4 dicembre 1571, Roma accolse con una pompa trionfale il comandante della flotta pontificia.
Il più insigne ornamento del corteo era lo stendardo dell’armata pontificia portato dal cavaliere Tommaso Romegas e che Marcantonio Colonna, per esaudire il suo voto, avrebbe poi riposto nel Duomo di Gaeta, ai piedi di Sant’Erasmo.
Nei secoli successivi il sacro vessillo fu conservato in un cassetto del tesoro della cattedrale di Gaeta. Nel 1700 il vescovo Carlo Pergamo lo fece adattare in un grande quadro per poterlo meglio esporre in cattedrale. L’8 settembre 1943, una bomba sganciata da un aereo tedesco colpì la cattedrale causando ingenti danni alla struttura della chiesa e allo stendardo, al quale procurò profondi strappi. Finita la guerra, la Sovrintendenza delle belle arti si prese cura del sacro vessillo e lo restaurò, riportandolo all’antico splendore.

Raffaele Gargiulo

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